serena_gandhi ha scritto:
per lenire l'arrabbiatura ho appena composto una poesia che ho intitolato "L'infinito di Leopardi"
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Scusate se non è perfetta, ma sono agli esordi.
Posso?
L'INFINITO (Di Leopardi-Manca-Marzullo)
Mi fa minghia troppo godere questa collina deserta
e questa siepe, che non mi fa vedere
un tubo comunque, vabbè, ormai sono qui.
Però, se sto seduto e guardo
mi immagino dei carinissimi silenzi
e una tranquillità mitica
e per poco, minghia, non sclero.
E se sento soffiare il vento tra queste foglie,
io penso che il vento fa rumore,
e invece io mi immaginavo che minghia era tutto zitto.
E penso a tutto il resto
tipo al passato
tipo al presente inzomma l'attimino dove minghia cioè inzomma sto qua.
E sono tutto intrippato e minghia sto sdando.
Minghia è troppo figo domani ci torno.
(questa sono anni che la tengo da parte come un caro ricordo di un vecchio amico)
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